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Lo specchio di Camilleri

24 Ottobre 2025
Lo specchio di Camilleri
Camilleri ci ha lasciato un’eredità viva e scomoda: un paesaggio culturale che racconta la Sicilia, Vigàta e il cuore di Porto Empedocle.

Non tutti i lasciti sono un patrimonio comodo. Quella di Andrea Camilleri, per chi voglia goderne appieno, è un’eredità impegnativa — soprattutto per i siciliani. 

Noi di Porto Empedocle, i marinisi in particolare, con lui abbiamo finito di essere personaggi in cerca d’autore. Le sue ambientazioni, infatti, ci riguardano profondamente, e anche i suoi tipi, e se qualcuno s’ingegnasse di essere uno di loro — il commissario Montalbano, per esempio — si ritroverebbe già scritto, e bell’e finito.

Non a caso il famoso poliziotto di Camilleri non muore, a differenza di tanti suoi colleghi usciti dalla penna di altri scrittori. Egli, anzi, si ribella al proprio autore per non sparire o, peggio, ritrovarsi a passeggiare nel parco con Livia ed il cagnolino. Montalbano è vivo — come il suo autore che ci ha dato appuntamento fra cento anni — e adesso chissà dov’è. 

Eredità scomoda, dicevo, perché quelle di Camilleri non sono storie riducibili soltanto ad un efficace tessuto narrativo o ad un ritmo che un autore come lui — con un enorme fardello di letture, e cresciuto tra teatro e sceneggiature — possedeva in rara misura.

Dentro all’irresistibile trama delle sue storie troviamo, infatti, un’atmosfera peculiare che non è azzardato definire un vero e proprio paesaggio culturale, nel senso indicato dall’UNESCO: un luogo, cioè, in cui natura, storia, linguaggio, gesti e memoria collettiva si intrecciano in una forma di identità viva.

I personaggi di Camilleri, con i loro codici, i pensieri, i tic, descrivono perfettamente il suo mondo d’ispirazione: la Sicilia. «Tutta la mia narrativa in quella terra s’ambienta, da quella terra trae senso e riflessione», affermò lo scrittore nel 2012, in occasione del conferimento di una onorificenza all’Università “La Sapienza” di Roma.

Quando ci soffermiamo davanti ad uno specchio, non tutto ciò che vediamo ci piace: la scomodità dell’eredità camilleriana sta proprio in questo segno identitario che egli ci restituisce, dopo essere stato assorbito nei nostri luoghi e poi filtrato da prodigiose sensibilità e forza affabulatoria.

In Camilleri ritroviamo l’immagine specchiata di certi vizi e di certe virtù che, per esempio, avremmo fatto bene a non nascondere allorché i riflettori si sono posati su Agrigento capitale della Cultura, e provincia. Non per esibirli con protervia, certo, ma per mostrare piuttosto tutto il chiaroscuro che ci circonda — i bagliori e i lutti. 

Quella di Camilleri non è una mera riproduzione di tratti, non è una fotografia (cosa che bisognerebbe ricordare ai molti volenterosi impegnati ad emularlo), ma un atto creativo analogo a quello del bravo fotografo che, pur riprendendo la realtà e non altro, riesce a combinare l’oggetto e il proprio sguardo, portandosi al di là dell’obiettivo.

Dicevamo i personaggi, ma anche i luoghi — non soltanto i bei luoghi. Ne La forma dell’acqua, la scena iniziale da cui scaturisce la dinamica narrativa si svolge in un posto certo non attraente: la Mànnira. I due munnizzara procedono su una strada prossima al mare, nei pressi di uno stabilimento industriale abbandonato, come ve ne sono a Porto Empedocle: 

«Era un largo tratto di macchia mediterranea alla periferia del paese che si spingeva quasi fin sulla pilaia, con alle spalle i resti di un grande stabilimento chimico, inaugurato dall'onnipresente onorevole Cusumano quando pareva che forte tirasse il vento delle magnifiche sorti e progressive; poi quel venticello rapidamente si era cangiato in un filo di brezza e quindi si era abbacato del tutto: era stato capace però di fare più danno di un tornado, lasciandosi alle spalle una scia di cassintegrati e disoccupati».

La Mànnira è uno dei luoghi abbandonati e rimossi, soprattutto da quando si è diffuso il vento delle “magnifiche sorti e progressive” del turismo, e, nel breve brano che ho ricordato c’è molto della vicenda traumatica di una Vigàta che, da quell’attivissimo porto industriale che fu negli anni Sessanta, si ritrovò ridotta al rango di contorta periferia. Sarebbe un grave errore dimenticare questa storia di entusiasmi e di disincanto.

Camilleri ce la riporta, così come fa uno scrittore che sente di dover svolgere anche quella funzione sociale di cui parlava Leonardo Sciascia: «Lo scrittore, se è veramente tale, è sempre un testimone: anche quando non vuole esserlo”, scriveva ne La corda pazza (1970), fino a prospettare per sé un ruolo quasi di “pubblico ufficiale dell’immaginario”, ossia di garante civile della verità e della memoria.

E dunque, ecco la Mànnira, la pochezza di certa nostra classe dirigente, l’illusione diffusa che calare la testa e criticare a bassa voce siano la soluzione migliore e, in fondo, il nostro destino. Poi però, nelle pagine di Camilleri, troviamo il riscatto — dei luoghi e delle persone.

Ecco i luoghi: 

«La campagna vigatese aveva un suo colore particolare, un verde che sapeva di polvere e di sale, come se il mare, che non si vedeva ma era vicino, avesse mandato fin lì un suo respiro stanco.» (Il cane di terracotta, 1996); 
«La città, vista dall’alto, pareva una conchiglia sbilenca: le case arrampicate una sull’altra, la chiesa in cima, il porto come un’ombra lucida sotto il sole feroce.» (La gita a Tindari, 2000); 
«La sera scinnìa a poco a poco su Vigàta, e l’aria s’addenzava d’un profumo d’origano e di mare. I rumori si facivano più dolci, come se la città stessa volesse pigliarsi un riposo.» (La luna di carta, 2005). 

Ed ecco il riscatto nelle persone: non soltanto nel commissario Montalbano, la cui morale personale va spesso in conflitto con le regole dell’istituzione che rappresenta (anche questo può succedere a noi mortali), ma in una moltitudine di personaggi minori che, pure incappati in storie drammatiche, esprimono un mondo di certezze e di valori talvolta in grado di salvarli, altre volte no.

Se tali virtù costituiscono un appiglio per Montalbano (e anche per noi), per Camilleri hanno un contenuto politico: «La scrittura — annotò una volta — può essere politica anche se viene usata per narrare di una crisi coniugale, perché in quel particolare racconto si può riflettere un tipo umano. E quello che conta è l’effetto di risonanza, l’attitudine al coinvolgimento e all’immedesimazione determinati dall’immagine.» (Micromega, 2011).

Non solo per questo è potente, e a volte scomoda, l’eredità di Andrea Camilleri.

Leggendo il testo di una sua conferenza per il Festival di Roma alla Basilica di Massenzio del 27 maggio 2003, dal titolo “Passato, futuro: qualche variazione sul tema” (a Enrico Rava e Stefano Bollani aveva affidato il tessuto musicale), ho avuto la netta sensazione che quella dissertazione fosse un potente sprone a capire, cercare, a studiare.

Con richiami filosofici, letterari, teatrali, perfino scientifici sul tema del tempo — quindi sulla memoria e pertanto sull’essere e sulla difficoltà dell’autodefinirsi — Camilleri arriva a una “conclusione provvisoria”: parla di sé, della guerra — non soltanto la propria, quando aveva quindici anni, ma di ogni guerra — e sembra non volersi neppure accontentare del ruolo di “pubblico ufficiale dell’immaginario”.

Dove la scienza sembra fermarsi alla interpretazione dei fenomeni, egli afferma, l’arte e la letteratura — che nel secolo che ci precede hanno frequentato il nonsenso, la non linearità, la contraddizione — hanno anticipato la ricerca scientifica.

Per spiegare l’assunto, Camilleri cita uno fra gli scrittori più ignoti e incompresi, e invece geniale secondo lui (ma anche secondo Carmelo Bene): Antonio Pizzuto, ex questore nato a Palermo nel 1893 e autore, a 63 anni, di Signorina Rosina, raffinata opera d’avanguardia.

Questa è l’eredità difficile di Andrea Camilleri: da lui consegnataci, però, con leggerezza accattivante, con il suo modo inconfondibile di tradurre l’ampiezza della propria cultura e del proprio straordinario percorso biografico nello stile del racconto, del cunto.

Chiudo con un esempio sulla gastronomia che, nel paesaggio culturale descritto da Camilleri, è un tassello molto importante.

Pagine e pagine potremmo leggere, altrove, di dotte spiegazioni sul rapporto fondamentale esistente tra cibo e cultura. Ecco invece come lo descrive Andrea Camilleri— buono perfino per esser capito dai bambini. Si intitola “Ecco perché si mangia” e fu letto nella trasmissione “Vieni via con me”, Rai Tre, il 22 novembre del 2010: 

"Eva, quando prese la mela dall’albero e la offrì ad Adamo, fece cultura.
La prima madre che svezzò il suo bambino con delle bacche che aveva scoperto commestibili fece cultura.
Il primo uomo che appuntì un sasso per cacciare, e quindi mangiare, fece cultura.
Il primo uomo che incise sulla roccia un bufalo per comunicare che lì c’era da cacciare, e quindi da mangiare, fece cultura.
Il primo uomo che si rese conto che la carne di animale era gustosa fece cultura.
Il primo uomo che fece due buchi su un uovo di dinosauro e lo bevve e consigliò al suo clan di fare lo stesso fece cultura.
Il primo uomo che, sfregando due legnetti, provocò una scintilla con la quale accese un fuoco con cui cucinò la carne del bufalo fece cultura.
Il primo uomo che, arrabbiato per il bufalo che gli era appena scappato, maciullò con le mani alcune olive e si accorse che potevano essere un buon condimento per la carne di bufalo fece cultura.
Il primo uomo che, dopo un’indigestione di carne di bufalo, provvide ad avvertire gli altri che non bisognava mangiarne troppa fece cultura.
Il primo africano e il primo indoeuropeo che si scambiarono i loro diversi cibi fecero cultura.
Dal che si deduce, contrariamente a chi afferma l’opposto, che con la cultura si mangia eccome. Talvolta meglio, talvolta peggio, ma si mangia.

È stato istituito a Porto Empedocle il Parco Letterario dedicato ad Andrea Camilleri.
Nei suoi romanzi, Andrea Camilleri ha dato a Porto Empedocle il nome di Vigata sicuramente per conferire maggiore respiro alla propria immaginazione, non costringendola fra strade certe, persone note, vicende risapute. Ogni lettore ha così potuto ricreare una propria Vigata, tra pagine di grande forza narrativa, andando con lo scrittore oltre la dimensione del paese, della Sicilia ed ogni altro confine.

Chi vive i luoghi di Camilleri ritrova, però, nei suoi scritti - con le parole e le espressioni che formano un modo unico di essere e di pensare - angoli e sapori reali.

 Porto Empedocle non ha una lunga storia - se trascuriamo quella dell’antico, piccolo borgo della marina di Girgenti raccolto accanto al mare - ma la sua è una vicenda complessa. L’industria, un porto fra i più attivi del Mediterraneo, il fiorente settore della pesca costituirono negli anni Cinquanta e Sessanta un volano di sviluppo e di spinte sociali cui seguì, nel giro di due decenni, la caduta delle attività produttive e di molte speranze, come naufragate nella violenta alluvione che, nel 1971, cancellò un ordito di piccole case che tesseva insieme il porto e le scomposte costruzioni sulla collina.

I risultati di tale breve, alterna vicenda storica hanno lasciato un sospeso credito di identità che Camilleri ha colto e rappresentato, dipingendo storie, passioni e attese cresciute tra l’altopiano e il mare.

Con la istituzione del Parco Letterario Andrea Camilleri l’Associazione Ri- Connessioni, con il Comune di Porto Empedocle, il Parco Archeologico della Valle dei Templi e l’Associazione Parchi Letterari - Paesaggio Culturale Italiano Srl, in collegamento con il Fondo Camilleri, intendono promuovere, con l’autore cui il Parco è intitolato, il paesaggio culturale nel quale egli formò la sua prima ispirazione: luoghi e vicende umane. 

Vittorio Alessandro



Immagine: Porto Empedocle negli anni Sessanta. L'accoglienza. Foto di Aldo Alessandro
da Puntonave di Vittorio Alessandro

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Andrea Camilleri

Porto Empedocle (Ag)

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