Giuseppe Dessì, con le sue opere ci ha dato testimonianza del suo amore per la storia, la cultura e le tradizioni della Sardegna. Nell'ambito del parco letterario a lui dedicato l'amore per la storia e la cultura dell'isola perdura nel tempo. Sicuramente è all'interno di questa nostra ricchezza culturale che possiamo collocare la sensibilità e l'attenzione civica posta dal giovane Nicola Meloni di Guspini, che diversi anni or sono, mentre giocava nella spiaggia di rio Domu de S'Orku, scorgeva dei resti ossei sulla falesia alle sue spalle dandone immediata comunicazione.
La segreta Sardegna ogni tanto
svela alcuni dei suoi misteri, lo fa attraverso la ricerca scientifica, oggi
meglio strutturata con l'interdisciplianrietà che ci permette di disporre di
dati e conoscenze inaspettate.
Lo è stato anche l'ultimo studio
sulla calotta cranica di Beniamino, meglio noto al mondo scientifico con la
sigla SOMK1, pubblicato sulla rivista American Journal of Biological
Anthropology dal titolo “Virtual
Analysis of a Concretioned Skullcap From S'Omu e S'Orku, an Early Holocene
Mesolithic Site of Sardinia”. Beniamino è uno dei tre personaggi, con
Amanda e Amsicora, che ci ha restituito l'anfratto costiero di rio “Domu de
s'orku”, nel litorale arburese.
Da diversi anni ormai la Prof.ssa
Rita Teresa Melis, dell'Università di Cagliari, ha intrapreso una intensa ed
accurata ricerca scientifica nel sito Mesolitico, attualmente il più importante
e significativo insediamento umano dell'Olocene Inferiore (11.700-8.200 a.C.)
rinvenuto in Sardegna.
Gli interessanti studi da lei
condotti in collaborazione con altre università e centri di ricerca nazionali
ed internazionali, aprono una finestra sul
Mesolitico sardo ancora scuro e nebuloso.
La storia dell'uomo preistorico
nell'isola sinora è caratterizzata esclusivamente dall'ampia conoscenza del
periodo Neolitico, poche tracce del Paleolitico ed altrettante del Mesolitico,
che comincia a schiudersi con il ritrovamento e gli studi di rio Domu de
S'Orku. Questo periodo di mezzo, così detto, lo si conosceva
prioritariamente attraverso i ritrovamenti della penisola italica, oggi, grazie
agli studi in atto, il mondo scientifico e non solo dispone di ulteriori
conoscenze che rafforzano i dati sinora
acquisiti e aprono nuovi orizzonti.
La ricerca storica ha ipotizzano
l'arrivo dell'uomo in Sardegna, in questo particolare momento, attraverso il
mare, grazie ad una maggiore acquisizione di conoscenze tecniche sulla
navigazione, ma ancora non si è in grado di capire se gli sbarchi siano
avvenuti per costituire dei successivi insediamenti stabili oppure sono da
considerarsi degli approdi temporanei, legati all'esplorazione dell'isola. Gli
storici concordano sul fatto che in questo periodo a spostarsi siano stati piccoli
gruppi di uomini e donne alla ricerca di cibo. La migrazione delle genti
mesolitiche pare sia dovuto anche al clima, segnato dalla fine dell'era
glaciale con importanti cambiamenti climatici e ambientali.
Ormai è consolidata
l'attestazione che il sito arburese non fosse sulla costa, ma distante dal mare
qualche km, dovuto al fato che allora il livello del mare era almeno 20 metri
più basso dell'attuale. Aspetto quest'ultimo che permetteva alla nostra isola
d'essere raggiunta più facilmente, come altri storici concordano, anche
attraverso la toscana, le isole dell'arcipelago, la Corsica e la Sardegna.
Gli aspetti ambientali andati
modificandosi nel tempo non hanno permesso agli studi di capire se la falesia,
sicuramente più estesa d'oggi abbia ospitato altri nuclei umani.
Lo studio del sito e dei resti
umani nell'antico tafone o piccola grotta ci ha comunque reso importanti dati
sia sulla raccolta dei cibi con i quali si alimentavano, in parte marini o
meglio lagunari, in quanto la distanza dal sito dalla linea della battigia pare
fosse occupata da una laguna, lo testimoniano l'ampio numero di resti di
molluschi. L'altro importante apporto alimentare era dato in particolare dal Prolagus
sardus, specie estinta simile al coniglio, di cui sono abbondanti i resti.
L'ingresso dell'anfratto,
utilizzato in fase di abbandono come sepolcro, sembrerebbe avesse l'ingresso
rivolto non sulla costa ma a nord est sull'alveo del rio Domu de S'Orku,
presumibilmente protetto dai forti venti di maestrale che allora si accompagnavano
a piogge torrenziali, determinando crolli ed inondazioni.
Gli elementi vegetali rinvenuti
ci aprono alla conoscenza dell'ambiente naturale in cui viveva il nostro nucleo
umano, ma una parte di essi testimonierebbe che il sito e stato interessato
anche da periodi di intenso calore, che provocarono devastanti incendi. Lo
studio inoltre mette in risalto l'uso dell'ocra rossa come una importante
testimonianza rituale, simbolo di rigenerazione, che avvolge tutti i resti
scheletrici ed un ciottolo decorato con incisioni lineari. Particolare
attenzione è stata dedicata allo studio del cranio dolicocefalo di Beniamino,
perfettamente ricoperto dal pigmento naturale a base di ossido di ferro,
definendo l'insieme una importante scoperta, che contribuisce ad una migliore
comprensione delle dinamiche culturali del Mesolitico e che SOMK1 appartiene
probabilmente ad un maschio adulto della specie Homo sapiens, diffusasi
in Europa durante il Paleolitico superiore (40.000 – 10.000 anni fa).
Tarcisio Agus
Giornate Internazionali de I Parchi Letterari - 11 edizione 2025
Su iniziativa del Parco geominerario storico e ambientale della Sardegna , la Fondazione Giuseppe Dessì, i comuni di Villacidro, Arbus, Buggerru, Fluminimaggiore, Guspini, San Gavino, Gonnosfanadiga